Festa patronale

scritto da ele_rubi
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Ritratto di ordinario squallore provinciale.
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Testo: Festa patronale
di ele_rubi

Ilaria aveva sedici anni e una cosa le era sempre stata detta: tutte le persone venivano al mondo con un posto già assegnato.

Non necessariamente un posto felice.

Ma un posto.

Beatrice, però, le era sempre sembrata l’eccezione a quella regola.

Aveva un viso piccolo e delicato, Bea, quasi da bambola.

Gli occhi grandi. Le guance morbide.

Sembrava più giovane della sua età, soprat­tutto perché era bassa e aveva un corpo che non as­somigliava a quello delle ragazze nelle pubblicità appese fuori dai negozi.

A scuola dicevano che era carina.

Lo dicevano con una specie di esitazione.

Come se dovessero aggiungere una parola dopo.

Carina, però.

Carina ma.

Ilaria odiava quel ma.

Le sembrava una di quelle parole piccole ca­paci di spostare tutto.

Quell’estate, la festa patronale la fecero nel vecchio campo sportivo.

Era l’inizio degli anni Duemila e le sagre erano ancora posti in cui sembrava possibile incon­trare tutto il paese nello stesso momento: gli anzia­ni seduti ai tavoli di plastica, i bambini con le mani appiccicose di zucchero filato, i ragazzi che arriva­vano sempre con quella finta aria da annoiati.

La musica proveniva da un palco montato male.

Le lampadine appese sopra la pista da ballo tremavano al vento, mentre sotto suonava un’orchestra di liscio.

Ilaria aveva sempre pensato che le feste di paese fossero un po’ come i vecchi affreschi nelle chiese: da lontano sembravano perfette ma da vici­no vedevi le crepe, la vernice saltata, le mani dell’artista che avevano corretto gli errori.

Beatrice quella sera parlava molto. Troppo.

Era una cosa che Ilaria aveva imparato a co­noscere.

Quando l’amica era veramente felice parlava poco.

Quando invece aveva bisogno di convincere qualcuno, chiacchierava continuamente.

Come se la parola fosse una luce lasciata ac­cesa in una stanza vuota.

Ilaria la perse di vista verso mezzanotte.

All’inizio non ci fece caso.

Poi iniziò a cercarla.

Non che temesse qualcosa di brutto, ma con Bea c’era sempre un momento della serata in cui la vedeva sparire dentro l’immagine che gli altri ave­vano di lei.

Dal parcheggio dietro al campo sportivo arri­vavano voci basse.

Macchine ferme, gruppi di ragazzi appoggia­ti ai motorini che ridevano eccitati, tutti in fila, come se aspettassero qualcosa.

E là in fondo, nel buio del campo, una grossa auto ferma che dondolava sulle ruote come un bu­dino.

Ilaria rimase qualche secondo lontana.

Non voleva vedere, ma aveva già capito ab­bastanza. E questa era la parte peggiore.

A volte non serve sapere tutto.

Basta capire che una persona a cui vuoi bene sta cercando qualcosa nel posto sbagliato.

Tornò alla festa.

Si sedette a un tavolo vicino alla cucina.

Prese un bicchiere di vino rosso.

Non le piaceva nemmeno molto: le sembrava amaro, ma continuò a berlo.

Aveva letto una volta che alcuni alberi del bosco, quando vengono feriti, cambiano il modo in cui distribuiscono le sostanze nutritive.

Non guariscono subito.

Prima cercano di sopravvivere.

Ilaria pensò che forse alcune persone faceva­no la stessa cosa, solo che negli esseri umani era più difficile accorgersene, perché una ferita non sempre sanguina.

A volte diventa un attitudine.

A volte un sorriso.

Beatrice tornò dopo un po’.

Aveva il trucco rovinato, i capelli spettinati.

Ma soprattutto aveva quella faccia che Ilaria conosceva bene.

La faccia di quando una persona aspetta di essere giudicata.

«Ti sei divertita?»

Beatrice sorrise.

«Sì.»

Una risposta troppo veloce.

Ilaria guardò il bicchiere tra le sue mani.

«Sei sicura?»

Bea abbassò lo sguardo.

Per un secondo sembrò molto più piccola dei suoi sedici anni.

Non fragile: solo giovane, come tornata bam­bina; come se potesse ancora illudersi che l’atten­zione degli altri fosse sempre una forma d’affetto.

Poco dopo arrivò Claudio.

Era un ragazzo più grande degli altri, Ilaria lo conosceva appena.

Non aveva l’aria arrabbiata, ma stanca.

Chiamò Beatrice con un gesto autoritario.

Lei non rispose subito.

Poi però lo seguì.

Ilaria andò dietro a entrambi, fino al par­cheggio del campo sportivo.

Vide il ragazzo parlare con gli altri.

Non sentì tutto.

Solo alcune frasi.

Abbastanza.

Urlò loro di andarsene.

Stavolta il tono era aggressivo.

Disse che non era un gioco.

Che non era una cosa da raccontare il giorno dopo.

Poi Claudio aprì la portiera della grossa auto posteggiata nel campo ed estrasse l’occupante, te­nendolo per il colletto della camicia.

Due schiaffi, qualche minaccia, e l’uomo tor­nò di corsa nella macchina, mise in moto e se ne andò.

Bea non disse niente.

Non protestò.

Non pianse.

Quella era la cosa che fece più male a Ilaria.

Il silenzio.

Claudio le parlò piano.

Non come si parla a qualcuno che ha sbaglia­to, ma come a qualcuno che si è smarrito.

Beatrice guardava il terreno.

Ogni tanto annuiva con piccoli movimenti.

Tornarono alla festa.

La musica era ancora forte.

Qualcuno rideva.

Qualcuno ballava.

La sagra continuava come se niente fosse.

Ilaria pensò che il mondo aveva questa capa­cità terribile: andava sempre avanti, anche quando qualcuno lo implorava di fermarsi.

Guardò Beatrice camminarle accanto.

Non sembrava cambiata.

Era sempre la stessa ragazza col viso da bambola e gli occhi grandi.

Ilaria pensò che forse alcune persone non hanno bisogno di sentirsi dire che sono belle, ma solo di una voce che sia presente abbastanza da ri­cordargli che esistono anche quando nessuno le sta guardando.

Festa patronale testo di ele_rubi
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